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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

La danza del cinema

Michele Moccia

Arca_Russa_Screenshot«Mi metto in cima al baratro e ci danzo/ su, più squilibrato/ del daino;/ ma meno del maiale.// Non corro alcun pericolo, m’appoggio/ al vuoto delle masse/ celesti che si plasmano/ sulla mia figura.// Il vento mi trapassa/ tra le gambe, sul collo, sotto i piedi:/ imparo la ginnastica del mondo/ i passi della faccia successiva (Marco Guzzi)

Il cinema danza. È danza. In esso danzano le immagini che si incontrano e si allontanano, che si sovraimprimono, fondendosi, quasi a non volersi lasciare andare. E danzano le luci, le ombre, i colori, i corpi, i gesti, gli sguardi e le parole, in un moto infinito di corrispondenze. Di congiuntivi imperfetti. Di ombre del desiderio.

Di fantasmi dell’animo. Di figure amanti e innamorate. Che il cinema danzasse l’ho visto per la prima volta in Howard Hawks e nel suo XX secolo, nella sequenza in cui il regista teatrale Oscar Jaffe (John Barrymore) traccia sul palcoscenico una infinita serie di rette che si sovrappongono e si intrecciano, come in un labirinto inestricabile, per indicare i movimenti che la sua attrice deve seguire. E lei danza, sfinita, il percorso tracciatole. Una meravigliosa danza del corpo recitante. Howard Hawks apre la tela di segni disegnata dalla danza del cinema.

E, sette anni dopo, in Colpo di fulmine i professori della Fondazione “Daniel S. Totten” provano a ripetere i passi che hanno visto danzare a Katherine, una sensuale Barbara Stanwyck, ridisegnandone i movimenti sul tappeto dello studio col gesso. Tutto ritorna nello splendore e nella semplicità del cinema di Howard Hawks, anche la danza dei corpi. «Girami intorno. Avanti, girami intorno. Tutt’intorno», dice Harry a Marie in Acque del Sud, suggerendole un passo di danza, e Marie gli gira intorno seducendolo. Corpi danzanti. Come quelli di Jean Renoir e Stanley Donen, che si abbandonano spesso a una danza del desiderio, come nella lunga passeggiata, tra la lussureggiante vegetazione di un giardino indiano, di John e Melanie ne Il fiume di Renoir; o nella passeggiata serale tra Ingrid Bergman e Cary Grant in Indiscreto.

Come descrivere la delicatezza dei movimenti dei corpi e dello sguardo di Stanley Donen che li accompagna? Anna e Philip iniziano a danzare appena escono dal ristorante. Le scale, i primi tre passi, il marciapiede, le loro teste girano all’unisono, volgendo, per un istante, gli occhi in alto, poi Anna passa davanti a Philip che la segue indossando il cappotto. Una prima dissolvenza, poi un’altra e un’altra ancora, il silenzio tra i due, e l’autista che li segue con l’auto. E poi un leggero volo dello sguardo, due indiscreti ammiratori in cerca di un autografo e un giro di danza che si chiude su un bacio mancato. In Donen le immagini hanno sempre danzato, insieme ai corpi e mai senza di essi.

Il cinema è questa danza di corpi che vengono verso di noi. Che ci vengono incontro o che si lasciano seguire, per catturarci nella loro affascinante tela di movimento. Dentro e fuori dal tempo. Una straordinaria danza di gambe che affascina lo sguardo, mentre Alice (Judy Garland) si muove, ancora, verso di me, come se danzasse, avvolgendosi e avvolgendomi di tutti i rumori che vengono dalla città e dalla notte. La danza unisce i corpi, li avvince, li lega, li raccoglie, in un moto circolare. Li attrae nella vertigine di un volteggio infinito, vitale e sfinente. Come nella stupenda sequenza finale di Francesco, giullare di Dio di Roberto Rossellini, in cui Francesco invita i suoi confratelli a ruotare su se stessi fino a farsi girare la testa. E i frati danzano, girando, «come fanno i fanciulli per gioco», fino a perdere l’equilibrio. Quella di Rossellini è una danza di libertà. La circolarità di un movimento che distrugge ogni linearità e ogni razionalità. La danza è incantevole, misteriosa, esoterica, spettrale. Una danza macabra che richiama alla mente quella de Il settimo sigillo. Atto finale di un magico e, insieme, esistenziale viaggio tra le ombre del cinema e la loro fragilità.

Come i corpi. Sotto lo sguardo malinconico del giullare Jof, la morte guida la danza. E nelle parole poetiche di Jof brucia la danza della vita e della morte delle immagini di Bergman, che ci ricordano che non è mai troppo tardi per noi cogliere «la gioia smisurata di una mano che si muove e di un cuore che pulsa». Ancora le mani e il cuore del cinema. E spettrale è l’immenso filmdanza di Aleksandr Sokurov, Arca Russa. In esso lo sguardo di Sokurov danza, superbamente, nelle sale del Palazzo dell’Ermitage, tra e con i fantasmi della storia e dell’arte. Quella di Sokurov è la danza del tempo che consuma la vita e insieme la danza del cinema che ne rivela il passare, quando scopriamo, con incanto, di essere scorsi sulle sue acque, come sull’acqua che, danzante, culla i corpi abbandonati al sonno di I don’t want to sleep alone di Tsai Ming-Liang, per continuare a danzare in sogno...


Filmografia

Acque del Sud (To Have and Have not) (Howard Hawks 1944)

Arca Russa (Russkiy kovcheg) (Aleksandr Sokurov 2002)

Colpo di fulmine (Ball of Fire) (Howard Hawks 1941)

Francesco, giullare di Dio (Roberto Rossellini 1950)

I don’t Want to Sleep alone (Tsai Ming-Liang 2006)

Il fiume (The River) (Jean Renoir 1951)

Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet) (Ingmar Bergman 1950)

Indiscreto (Indiscreet) (Stanley Donen 1958)

XX secolo (Twentieth Century) (Howard Hawks 1934)


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