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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Editoriale. Decentramenti, ri-torsioni

Luigi Abiusi

low_tide_minervini2I ritorni di settembre riguardano tutta una costellazione di riverberi, sebbene non sia passato molto tempo dalla fine della Mostra di Venezia o del Festival di Locarno, in cui c'è stata la prima presentazione del Film in cui nuoto è una febbre, seguita da quella veneziana il 3 settembre, ragione per cui il numero 7 di Uzak non è uscito in tempo, accorpandosi adesso all'8, in un'edizione doppia che rappresenta il transito verso un autunno di rimuginazioni. Prima tra tutte il capolavoro di Terrence Malick To the wonder, che ho già difeso (nello speciale dedicato alla mostra) da ogni – pur ragionevole – critica, e di cui scrivo diffusamente nel prossimo Filmcritica (per dire, tra l'altro, di una rivista eponima a cui Uzak si sente vicino), perché si tratta di un lirismo spinto, eccedente, manierista come certe “croste” dalla cui immobilità trasudi inquietudine elevata a monismo.

 

Ma anche Pietà di Kim Ki-duk, sebbene meno onirico e brulicante del solito e comunque bello nella misura di un radicamento (addirittura didascalico) della questione sperequativa nella carne degli affetti; e il racconto in 70 millimetri dell'antieroe di Paul Thomas Anderson, specchio di un'America marginale, gregaria, succeduta alla seconda guerra mondiale, tra dipendenze e qualche frammento di coscienza, che si inscrive però nell'oggettiva refrattarietà del reale; i film totali di De Oliveira e Wakamatsu, veri capolavori di etica il primo, e di una filosofia e fisiologia dell'erotismo l'altro, le cui origini paiono affondare ir-ragionevolmente nel mito; quello ben più evenemenziale (almeno all'apparenza) di Harmony Korine col suo dispositivo di ludico annichilimento che è Spring Breakers; e ancora un sardonico Kitano, poi su un livello di medietà Ciprì e Bellocchio, e il magnifico Assayas in equilibrio tra sogno d'adolescenza e disillusione da riflusso.

Ma c'è ancora il Kaspar Hauser di Manuli a campeggiare da queste parti (aspettando che il film esca la prossima primavera), proiettato allo Strehler all'interno del Milano Film Festival, in adiacenza con la presentazione milanese del Film in cui nuoto. Film scabro, palinsesto lunare di danze e malinconie, e ritmata misurazione dello spazio, ancora, confliggere lirico-comico, divenuto già di culto, e a ben guardare campione di quel cinema libero entro i propri meccanismi di invenzione, tanto da emanciparsi dalla stessa egida del regista, per andare e venire, a ufo, nell'immaginario (quello stesso sondato qui da Stefano Velotti nel senso ampio dell'estetica) che si gremisce e si spopola via via di creature ellittiche (in questo senso il Quijote di Paladino è un ulteriore, stralunato esempio), vero inno alla gioia di un mondo infantile, sentimentale. Come quello mostrato da Alessandro Comodin nell'Estate di Giacomo, ennesima riprova di un cinema italiano autentico, che vive nei decentramenti – negli scatti isolati accesi fuori dal mercato – e scaturisce da tentativi di ri-torsione linguistica, stessa base prospettica da cui nasce Sette opere di misericordia dei fratelli De Serio e il film “americano” di Roberto Minervini, Low Tide, visto proprio a Venezia, così lontano (proprio nei suoi presupposti e meccanismi di messa in scena e di produzione/distribuzione) da quel Diaz forse sopra le righe (e uscito in molte copie), che ha diviso, e in certi casi fatto arrabbiare, quell'organismo anfibio che è la critica, e di cui in questo numero si dà una delle possibili letture.

E ancora, ma sicuramente dimentico qualcos'altro, quell'Intervallo di Leonardo Di Costanzo che sebbene si trattenga un po' dall'estendere la propria spazializzazione (nei giardini di sterpi, sulle scalinate, nei sottoscala, negli stanzoni bui, che avrebbero potuto dilatare la narrazione e proprio la pregnanza, l'autocombustione iconica), ha il merito di non risolversi (facilmente) nel finale, di concepire la coesistenza, l'oggettiva intersezione d'immanenza, che è quella in cui vivono allora le immagini (di due adolescenti a confronto, e di un mondo scalcinato che ha sostituito i serragli dei reality di cui nel film si fa cenno, e parla ora dai suoi antichi silenzi e presenze, disponendo di nuovo il contatto, per una volta umano), dentro una città che nel frattempo s'è accesa e se ne sta formicolante di luci ferme.

 




Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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