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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Anime e spazi del silenzio

Raffaele Cavalluzzi

silentsouls2I connotati formali di Silent Souls di Aleksei Fedorchenko (misuratissimo ritmo dalle giuste pause, nitida e perfetta fotografia, interpretazioni dense e reali, paesaggi pieni d’aria e di rare atmosfere, gesti e toponimi sconosciuti) si esaltano, con splendida regolarità, nel sentimento dell’amore della natura dei superstiti delle antiche popolazioni ugro-finniche dei Merja; e trovano esito originale nella cadenza onirica del tragitto funebre a bordo di un’auto per le strade solitarie del Nord-Ovest dell’alto Volga, in Russia, accompagnato da echi di canti dallo struggente timbro corale.


La variante della narrazione del rito ancestrale (da un racconto Kalevala) fa sì che, nel profondo delle acque ‒ dei laghi e dei fiumi ‒ in cui, piuttosto che nelle viscere della terra, si sperdono le ceneri delle salme bruciate dei defunti, riposi il regno dei morti dove i trapassati nascono ancora, vivono, si sposano e muoiono di nuovo come accade sulla terra: e continuano ad amare. Questo è il luogo che si dice sia raggiungibile solo con un lunghissimo e faticoso spostamento, e questa è la magica cornice dell’amore struggente e intenso di Miron per la moglie assai più giovane di lui, prematuramente scomparsa, Tanja. Nel film di Fedorchenko è l’amore che, nel rammemorarsi, si concentra visivamente sulla tenera e sontuosa nudità del corpo della donna al momento del pietoso lavacro che lo prepara al trasferimento verso l’ultima tappa, quella del rogo, e, contemporaneamente, voluttuosamente accarezzato con la vodka, vive ‒ viveva ‒ nel tempo della conturbante sensualità. Tanja soggiaceva (probabilmente per regole patriarcali ataviche) alla passione del più maturo suo sposo, e forse non l’amava con il medesimo trasporto di lui: forse pensava ad Aist, l’amico e dipendente di lavoro di Miron, che l’accompagnerà anche lui nell’estremo passaggio verso le acque di lontane paludi.

Al desiderante corpo di Tanja così profondamente amata si riferiscono peraltro anche i corpi nudi e altrettanto invitanti delle due prostitute incontrate per caso dai protagonisti sulla strada del ritorno, e scorci di carne viva sui cui spasmi di piacere risale lentamente la macchina da presa nell’esaltazione di una brama che non è stata spenta dal dolore.
Ma al tema dell’amore, nel religioso silenzio delle anime, fa da contrappunto un sottile, sotterraneo tema della morte: la morte improvvisa, nella notte, di Tanja cui non si assiste e di cui si parla quasi per caso al mattino; l’accenno verace a un viaggio senza ritorno, in una piega dei monologhi iniziali della voce narrante; gli zigoli, inermi uccellini che secondo le credenze popolari vivono in coppia e muoiono, quando muoiono, insieme; sempre gli stessi uccellini, quasi il doppio di Miron e Aist, che provocano, a loro volta portatori inconsapevoli di morte, l’incidente finale. Anche per i due uomini il vortice del fiume, che conserva al fondo le anime destinate alla vita nell’aldilà, i pesci morti e la vecchia macchina da scrivere in cui un anziano suicida soleva imprimere i caratteri di malinconici versi, è il suggello di un film di mistica e straordinaria pregnanza.

 


Ho visto cose

 

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