www.uzak.it
- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Ricordando João César Monteiro

Liliana Navarra

monteiro3Mi hanno gentilmente invitata a scrivere un testo per commemorare i dieci anni dalla scomparsa di un grande regista portoghese: João César Monteiro.
Purtroppo non ho mai avuto il piacere di conoscerlo personalmente. La prima volta che mi recai in Portogallo fu nel gennaio del 2003, poche settimane dopo il nostro si spense.
Vero incontro, profondo, lo ebbi con la sua opera sei anni fa, quando vidi per la prima volta un suo film. Era un pomeriggio autunnale, un mio amico mi prestò un DVD: A Comédia de Deus. Il titolo mi ispirava, mi preparai un tè, mi sdraiai sul divano e premetti play.
Quando il film terminò, rimasi stupita e alla stesso tempo estasiata. Avevo già avuto svariati approcci con il cinema portoghese con De Oliveira, Botelho, Costa e altri ancora, ma nessuno mai mi aveva segnato come questo, all’epoca per me, sconosciuto regista.


Non se ne parlava molto e ancora oggi purtroppo è così in Portogallo. Feci qualche ricerca online e mi rinchiusi alcuni giorni nella biblioteca della Cinemateca Portuguesa per saperne di più.
Scoprì che il film, che avevo visionato, faceva parte di una trilogia e quindi, per ovvietà di cose, cercai gli altri due DVD (una vera impresa). Li visionai con avidità, un’avidità che mi portò alla ricerca degli altri film. Nel giro di poco più di una settimana avevo visionato l’intera cinematografia dell’autore lusitano.
Il mio legame con l’opera di Monteiro si faceva sempre più forte. Ricordo una sera che uscì con alcuni amici e, per pura casualità, conobbi il figlio del regista al bar del locale. Sin da quella sera diventammo amici e devo ringraziare lui se ho potuto pubblicare il libro João César Monteiro l’alchimista di parole.
Grazie a lui e alla madre, la regista Margarida Gil, ho avuto la gioia e l’onore di poter consultare la biblioteca personale del regista, leggere sceneggiature manoscritte, sfogliare album di fotografie e ascoltare i suoi vinili e CD (di questi ultimi ne ho contati 5103). Ero talmente assorta in questo vortice che decisi di approfondire e di far fruttare queste mie ricerche con un dottorato e la creazione del portale dedicatogli: www.joaocesarmonteiro.net.

João César Monteiro si avvicinò al cinema attraverso la stesura, tra gli anni Sessanta e Settanta, di critiche cinematografiche per alcune testate giornalistiche locali, tra le quali «Imagem-Revista de Divulgação Cinematográfica», «O Tempo e o Modo», «Cinéfilo», «& etc.», e il giornale «Diário de Lisboa». Negli stessi anni fa i primi passi nel circuito cinematografico, racconta il regista: «Nel 1960 incontrai il signor Seixas Santos che ebbe la bontà di insegnarmi un po’ di quel molto che sa sul cinema» (A minha certidão, 1973). In seguito, si diletta a interpretare parti minori come attore nei film di Manoel de Oliveira, João Mário Grilo, Margarida Gil, Robert Kramer e Anne Benhaiem.

«E poi sono finito, un po’ per caso, un po’ per disdetta, fra gente che frequentava il cinema. Non sapevo cosa fare nella vita. Non ero preparato a nessuna strada, a nessun mestiere» (João César Monteiro)

Nel 1970 scrive la sua prima sceneggiatura: Um provérbio cinematográfico. Quem espera por sapatos de defunto morre descalço. Pubblica in seguito la sceneggiatura di Le Bassin de John Wayne, seguito dalla sinossi e dalla sceneggiatura di As Bodas de Deus (& etc., 1997). Ma sarà con Recordações da Casa Amarela (1989), A Comédia de Deus (1995) e As Bodas de Deus (1999) che arriverà all’apice della sua genialità come scrittore e regista. Scrive, inoltre, Corpo Submerso (1959), Morituri te Salutant (1974) e Uma semana noutra cidade – diário parisiense (1999).

«Essendo così, non mi resta altro che riconoscere la solitudine morale di una pratica cinematografica scavata nel duplice rifiuto di essere una sorta di auto in affitto della classe dominante e, ancor più grave, di sostituire questa profonda esigenza per qualsiasi genere di demagogia neo-fadista che si fa carico e vende la miserabile illusione di servire, per abusiva procura, interessi che non sono i suoi» (A minha certidão, 1973)

Come una sfinge, il cinema di Monteiro si impone alla massa critica che si impegna a decifrare con fervore i suoi enigmi. Molti, frettolosi e superficiali, evitarono la sfida preferendo etichettare il cinema monteiriano come se fosse appena un’eccentrica sperimentazione visuale. Con questa attitudine evasiva evitarono l’ammissione del proprio fallimento, non avendo incontrato risposte adeguate agli innumerevoli misteri latenti; ma, altri critici, irresistibilmente affascinati dal simbolismo che intravidero nei film di Monteiro, cercarono di superare le apparenze formali e l’impatto immediato per scovarne l’essenza.
Il cinema era per Monteiro il mezzo attraverso il quale egli riusciva a canalizzare la propria infinita cultura, come afferma Vitor Silva Tavares, editore di «&Etc» e suo grande amico, «João César era un grande poeta che fece anche film […] il miglior scrittore portoghese del XX secolo. […] i film di César sono più “scritti” (o scritture) che sue rappresentazioni o illustrazioni audio visuali, […] meglio di lui nessuno scrive in portoghese di – e per il – cinema» (Nicolau 2005). Per João César Monteiro il cinema non era solo un luogo in cui poteva essere realmente libero, per lui creare film era un processo metafisico di liberazione da una società opprimente in cui non si sentì mai integrato.

La tendenza di Monteiro verso una cinematografia ricolma di elementi socio-antropologici, più visibili nei primi film come Veredas (1977) e Silvestre (1981), riflette una natura visuale che, attraverso i lunghi piani fissi, mostra la realtà creata dal regista. Una realtà fittizia, ma non per questo evita di mostrare l’identità portoghese come nel caso della trilogia. Monteiro s’immergeva nella tradizione popolare con idealismo e modernità, inserendo riflessioni etiche e continui riferimenti alle altre arti, come la letteratura, la pittura e la musica.

Il suo esordio cinematografico, contaminato dal documentario e dalla mitologia, è un cortometraggio sulla poetessa Sophia de Mello de Breyner Andresen (1969, 18’), in cui il regista afferma che la poesia non è filmabile. Dopo l’esperimento documentale passa al cinema di finzione con Quem espera por sapatos de defunto morre descalço (1970, 33’). Film che il regista descrive come un «film opaco, inaccessibile come una buccina. Parafrasando Rimbaud, è opportuno dire che «le vrai film est ailleurs». Ciò che si vuole filmare non è tanto il film ma il suo riflesso. Oscuro, come in uno specchio. Infatti, è davanti ad uno specchio che Monica, attraverso la parola riflessa, smaschera il proprio gioco nello svelare quello di Livio e per mezzo della parola ella si affranca. Qui, la parola è opzione morale, nuda coscienza, assunzione della verità. Lo sguardo di Monica (o del suo doppio) rivolto a un Livio assente è espulso dall’immagine (il vero film è off, al di là dell’illusione dello schermo) e si inserisce in un movimento di attrazione repulsione che organizza continuamente il suo dissidio interiore. La scoperta del suo sguardo? La scoperta del film stesso, of course. Film trasparente, dischiuso come le ali di un uccello quando vola. Proviamo un altro modo di ascoltare il movimento vago e misterioso. Alla fin fine, di che si tratta?» (JCM, comunicato stampa).

Filma in seguito A Sagrada família – Fragmentos de um Film-Esmola (1972, 75’). «Maria è a capo del settore di produzione di una fabbrica tedesca di ombrelli. João Lucas, che ha rotto con la cosiddetta vita attiva, vive letteralmente a letto, circondato da piante. Per esplicita volontà del padre, il figlio filma in 8 mm questa quotidianità un po’ eccentrica. Si deve pensare il décor nella sua duplice funzione di abitazione e studio cinematografico in cui, molto spesso, le fonti di luce sono visibili essendo le stesse per entrambi i film. I guadagni di Maria sono divorati fino all’ultimo centesimo dalla mostruosa produzione cinematografica, detta anche familiare e amatoriale» (JCM, comunicato stampa).
Proseguendo alla ricerca delle proprie radici culturali, affermatesi con maggior pathos in seguito alla Rivoluzione dei Garofani, Monteiro filma il corto Que eu farei com esta espada? (1975, 65’), girato durante le manifestazioni operaie contro l’adesione del Portogallo alla NATO.

Il percorso dei “racconti tradizionali”, inclusi in un volume organizzato da Carlos de Oliveira e José Ferreira rieditato nel 1975, è un periodo caratterizzato dall’incontro del regno di finzione con il mondo tipico dell’Avanguardia degli anni Sessanta. Una corrente popolare, realista, drammatica che s’integra nel sistema dei generi o cerca la normalità dei gusti. Questo regno della finzione è il regno del fantastico, e in esso questi due universi si fondono, distanti e intimi, il folclore genuino e l’arte surrealista. Come afferma lo stesso Monteiro in un’intervista, attraverso questi film voleva captare la realtà sociale portoghese, dove la televisione non era ancora arrivata, una realtà vergine, antica, obbediente a leggi mitiche che legano l’uomo direttamente al paesaggio e alla natura.

Primo lungometraggio è Veredas (1977, 116’) un film che interseca magistralmente vari racconti popolari. Non possiamo etichettarlo in nessun film di genere, ma può esser visto come una “verità etnografica”. Un viaggio poetico, come lo definisce il regista, nel cuore del Portogallo. Sono in due. Un uomo e una donna che si incontrano e scendono da Trás-os-Montes al mare. Leggende e rocce, suoni e volti, terre e provocazioni. Erano in due perché l’uomo non conosce cammini solitari.

Nel 1978/79 realizza tre corti per la televisione, commissionati dalla RTP (Radio e Televisão Portuguesa): A Mãe – o rico e o pobre (27’), filmato in Trás-os-Montes, unisce Schubert ad una sequenza di metamorfosi del corpo di una madre brutalmente assassinata; Os Dois Soldados (25’), in cui il tempo e lo spazio sono indefinibili, come una diluizione onirica ci si ritrova nella terra di nessuno tra coltelli e maschere a gas; O Amor das Três Romãs (25’), in cui si notano i primi tentativi di preparazione del film Silvestre. Quest’ultimo è un film che riesce a catturare l’anima della cultura popolare con un’intensa realtà psicologica utilizzando il mondo della finzione cinematografica. Il film è tratto da due storie tradizionali portoghesi: A donzela que vai à guerra, di origine giudaico peninsulare, e la novella A mão do finado, tramandata oralmente e appartenente al ciclo di Barba Azul.

Nel 1986, João César Monteiro presenta al Festival di Salsomaggiore il film À Flor do Mar (1986, 143’). Possiamo leggere nel comunicato stampa: «Laura Rossellini [interpretata da Laura Morante] decide improvvisamente di partire per Roma portandosi con sé i figli, era sicura che non sarebbe più tornata in Portogallo […]. Tuttavia, dopo circa un anno, Laura ritorna alla casa in riva al mare, in un ameno clima vacanziero, dove rincontra ciò che resta della sua famiglia e forse qualcosa di inatteso».

Nel 1989 il regista si reca al Festival di Venezia per presentare Recordações da Casa Amarela (1989, 120’). Primo film della trilogia di Deus, dove il regista interpreta il protagonista João de Deus. Monteiro, nel comunicato stampa, scrive: «Lisbona, 1989: un povero diavolo di mezza età vive in una stanza di una pensione economica e a conduzione familiare nella vecchia zona della città in riva al fiume. Tormentato dalla malattia e da altre varie vicissitudini l’idiota, che si alimenta di Schubert e chissà di una vaga cinefilia come forma di resistenza alla miseria, è cacciato dalla pensione in seguito al tentativo frustrato di violare il pudore della figlia della proprietaria. Solo e senza nulla, è costretto ad affrontare l’impervio spazio urbano ed è internato in un ospedale psichiatrico da cui uscirà […] per portare a termine una missione “ricca e strana” affidatagli da un vecchio amico, malato di mente come lui: “Va e dà loro del filo da torcere!”».

Nello stesso anno realizza il corto Conserva Acabada (1989, 12’), sconosciuto in Italia. Prodotto dalla Segreteria di Stato della Cultura e dalla RTP nell’ambito di una serie intitolata Clips su Fernando Pessoa. Nel corto il produttore, interpretato dallo stesso regista, cerca con “un aggressivo senso critico” il cast ideale per un film che il regista Fernando Pessoa vuole girare.

Nel 1992 è nuovamente selezionato a Venezia per il suo O Último Mergulho – Esboço de um filme (1992, 85’). Nel comunicato stampa il regista scrive: «Non sapremo mai con certezza che cosa facesse a quell’ora della notte il giovane Samuel sulla banchina deserta del porto. Infatti, quando il signor Eloi, un vecchio marinaio in pensione, si avvicinò a lui, il ragazzo aveva lo sguardo fisso sul Tago. Data la sua esperienza, il signor Eloi non poteva non capire che Samuel era lì per porre fine alla sua esistenza. E quando Samuel lo invita a compiere con lui l’ultimo tuffo, Eloi, in extremis, glielo impedisce, dato che il cielo può attendere, e lo porta con sé a passeggiare per la città. I due personaggi, allora, deambulano per due lunghe notte durante la festa di Sant’Antonio. In un night club incontrano Esperança, una prostituta muta, figlia di Eloi, e altre due ragazze. Rosa Bianca e Ivone. L’amicizia che nasce tra i due si concretizza in una squallida pensione. Il giovane Samuel scopre l’amore. Il Tago già non lo ispira più, d’ora in poi preferisce l’incanto di Esperança. Alla fine Eloi si getta nel Tago; Rosa Bianca fa ritorno su una nave russa alla terra natale, Ivone continua il suo destino. Esperança e Samuel si trovano in un mondo idilliaco. “Lá-bas je ne sais ou”».

Nel 1995 il regista torna a Venezia con la sua A Comédia de Deus (1995, 165’) che vince Leone d’Argento – Gran Premio della giuria. Secondo capitolo della trilogia, il signor João de Deus trascorre i suoi giorni senza grandi imprevisti tra il suo lavoro nel «"Paradiso del gelato" in cui disimpegna […] la funzione di responsabile ed inventore della specialità della casa, il famoso gelato “Paradiso”, […] e la sua casa, in cui, oltre alle faccende domestiche, si intrattiene nelle sue ore di ozio, quasi sempre da solo, a collezionare peli pubici femminili in un prezioso album che chiama “libro dei pensieri”».
Da questo film Monteiro ne ricava tre poetici cortometraggi: Lettera Amorosa (1995, 5’30’’), Passeio com Johnny Guitar (1995, 3’50’’) e O Bestiário ou o Cortejo de Orpheu (1995, 7’).

Nel 1997 vince il Premio FIPRESCI al Festival di Mar del Plata con Le Bassin de J.W. (1997, 134’) in cui i due attori, che rappresentano Dio e il diavolo nell’opera Inferno del drammaturgo August Strinberg, si ritrovano catapultati nel mondo reale. Il diavolo prende il nome di “John di Dio”, mentre Dio si tramuta nel marinaio Henrique, che considera il bacino di John Wayne l’epitomo della divinità.
L’anno seguente As Bodas de Deus (1998, 150’), ultima parte della trilogia di João de Deus, porta per la prima volta Monteiro al festival di Cannes nella sezione "Un certain regard". Leggiamo nel comunicato stampa scritto dal regista: «Tutto sembra perduto, ma poi in un parco freddo e solitario, due ombre si incontrano: João de Deus e il Messaggero di Dio. Quest’ultimo consegna a [João] una valigia piena di denaro: ha inizio così una serie di nuovi e bizzarri incontri, soprattutto femminili. L’uomo comincia a contare le banconote. Improvvisamente sente un rumore provenire dal lago vicino. Si tratta di una ragazza, Joana, che sta affogando. João si tuffa, la trascina a riva e la conduce poi, ancora priva di sensi, in un convento. Tornato al parco, ritrova la valigia, che fortunatamente nessuno gli ha sottratto. Continuano così le avventure […] del Barone de Deus».

Nel 2000 Monteiro porta il suo nuovo lavoro, Branca de Neve (2000, 75’), a Venezia nella sezione "Nuovi territori". Il film, il più polemico a causa della sua quasi assenza d’immagini, è la trasposizione sul grande schermo del testo di Robert Walser che riprende la favola di Biancaneve nel punto in cui è stata lasciata dai Grimm. Nelle mani del poeta i personaggi si permettono di tutto, anche di prendersi gioco della leggenda.

Infine Vai e vem (2003, 175’) ultimo film presentato fuori concorso al Festival di Cannes dopo la scomparsa del regista. João Vuvú, interpretato da Monteiro, è un vedovo senza famiglia, ad eccezione del figlio che si trova in prigione per duplice omicidio e assalto a mano armato in una banca. João vive da solo nella propria casa situata in un quartiere antico di Lisbona. L’uomo trascorre gran parte della giornata sull’autobus n. 100 percorrendo lo stesso tragitto, tra Praça das Flores ed il giardino di Principe Real. Il suo equilibrio precario si sgretola quando il figlio esce di prigione.

Sempre ricorderemo quell’occhio di un azzurro ghiaccio, profondo come l’oceano, intenso e scrutatore. Un occhio/sguardo sempre attento ai dettagli. Uno sguardo come metafora delle infinite variazioni della realtà. Una sfera perfetta, un oblò come l’occhio di un obiettivo. Un cerchio: occhio vitreo che separa l’anima dal mondo, un mondo limitato da un panottismo architettonico creato per isolare e imprigionare, proprio come nella sua trilogia. Un isolamento interiore di una mente geniale, proiettata al futuro, incompresa. João César Monteiro non può essere etichettato o imprigionato in definizioni limitative, egli era enciclopedico, affamato di piaceri non solo carnali ma intellettivi.

«Già si sa che, anche se vivo cento anni, non posso leggere tutto. Maledetta fame, questa, dell’ignoranza tormentata.» (João César Monteiro)


Bibliografia

Monteiro J. C. (1959): Corpo Submerso, ed. do autor, Lisbona.

Monteiro J. C. (1974): Morituri te Salutant, & etc., Lisbona.

Monteiro J. C. (1997): Le Bassin de J. W. seguido de As Bodas de Deus, & etc., Lisbona.

Monteiro J. C. (1999): Uma semana noutra cidade – diário parisiense, & etc., Lisbona.

Monteiro J. C. – Navarra L. (a cura di) (2013): L’alchimista di parole. Scritti scelti, Sigismundus, Ascoli Piceno.

Nicolau J. (2005): João César Monteiro, Cinemateca Portuguesa, Lisbona.





Filmografia di João César Monteiro

Sophia de Mello Breyner Andresen (1969)

Um provérbio cinematográfico - Quem Espera por Sapatos de Defunto Morre Descalço (1970)

Fragmentos de um Filme-Esmola: A Sagrada Família (1972)

Que Farei eu com Esta Espada? (1975)

Os dois Soldados (1978)

Veredas (1978)

O Amor das Três Romãs (1979)

A Mãe - O Rico e o Pobre (1979)

Silvestre (1981)

À Flor do Mar (1986)

Ricordi della casa gialla (Recordações da Casa Amarela) (1989)

Conserva Acabada (1990)

L’ultimo tuffo (O Último Mergulho – Esboço de um filme) (1992)

La commedia di Dio (A Comédia de Deus) (1995)

Lettera Amorosa (1995)

O Bestiário ou o Cortejo de Orpheu (1995)

Passeio com Johnny Guitar (1995)

Le bassin de J. W. (1997)

Lo sposalizio di Dio (As Bodas de Deus) (1999)

Branca de Neve (2000)

Vai e Vem (2003)




Sitografia

www.joaocesarmonteiro.net


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




Teniamoci in contatto

FacebookTwitterFlickrInstagramPinterestYoutube