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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Di cavalli e di chiodi. Da Béla Tarr a Lindo Ferretti

Luca Romano

Cavallo di TorinoIl deserto è l’assenza primordiale del tutto che non conosceremo mai, ma che avverrà e passerà; una percezione indistinta della fine di tutto quello che faremo. Il deserto è nodo e chiodo contemporaneamente.

«Il chiodo è ai sedentari, dove lo pianti resta inchiodato, ultima minimale derivazione edile» (Ferretti 2006, p. 116).


La minima derivazione edile sulla quale l'uomo ha costruito il nido e il suo rifugio. Il legno, lo scudo naturale al vento. Il vento che soffia incessante, sulla terra, rotonda; il vento che passa e ritorna per ritornare ad essere una presenza costante del passato, è già stato, il vento, è già stato aria, tornerà. Il legno è il necessario, il sostrato tangibile dell'esistenza minima. I tarli rodono e corrodono il legno, l'esistenza che si macera dall'interno. I piatti sono in legno, il mestolo, le finestre, il secchio, le travi della casa, le porte, la stalla, il carro.

Interrompere le sequenze, i fotogrammi, il montaggio del video è il nodo che riannoda le immagini una all'altra. In Béla Tarr i nodi sono pochi, le immagini fluiscono, si muovono uniche e lunghe, non hanno bisogno di nodi, sono chiodi. Le immagini si fissano sull'oggetto donandogli l'essenza fissa e tangibile del legno come substrato sul quale fondare l'esistenza stessa nel deserto, fissa e tangibile assenza primordiale del futuro che non ci sarà più. Il chiodo dove lo pianti resta.

«Nodo e chiodo dell'uomo è la poesia. Poesia è subire la forza dell'essere combattendo» (ibidem).

Accettare la sconfitta, comunque e in ogni caso essenziale. La morte non più come evento necessario del singolo, la fine come sistema sociale d'esistenza. I tarli finiscono di rodere, il silenzio dei tarli è l'accettazione della fine di tutto, la vittoria assoluta nel combattimento contro la morte. Al sedentario si presta la vittoria, al chiodo, al suo essere resistente e fondamento. Ne Il cavallo di Torino l'attesa è vittoria che si antepone alla morte non come ricerca del suicidio, ma come sopportazione della fine, attaccamento ultimo e minimale al fiato del respiro vitale: il vento.

Ma combattere è anche rifiutare la sconfitta, la resa. Il nodo è del viandante, del nomade, lo zingaro che porta e prende. Accetta la sconfitta e ne è in balia, dominato dal cambiamento subisce la morte irrimediabilmente, attraversa il deserto, non si stanca, non attende, agisce.

«Nomade è un combattente subisce la forza organizzata e infligge la forza della sua indomabile presenza».

E ancora:

«I pellegrini vanno veloci, non c'è tempo. Il viaggio è a termine, di colpo alla meta, un desiderio pagato e usufruito. Consumatori siamo» (ibidem).

Il nomade porta via l'acqua, fonte originaria dell'esistenza, la porta con sé. Il nomade infligge la forza del suo indomabile passaggio. Il nomade è il dono del libro, è il rifiuto dell'ultimo residuale atto sacro: la morte. La sacralità è data dal mistero, da ciò che potrebbe essere ed essendo fatto di potenza, mai potrà esser eterno, soggetto quindi alla morte per sua stessa essenza, è fatto di morte persino e sopratutto nella sua esistenza.
Il libro urla con una voce soffusa, lenta, quasi incapace di leggere, che le azioni sono di per sé dissacranti. Le azioni sono fatte di parole.

«È un'arma la parola, un'arma il tono, il ritmo. Forma e sostanza preziosa. 
Deve essere forte anche quando è leggera quando si fa sinuosa.
Un rapimento, un'estasi che brucia e fa silenzio intorno». (ibidem)

Far attendere la parola, sospenderla, trattenerla e usarne il suono come azione, quindi la ribellione. È solo di protesta la parola, dell'accettazione è il silenzio. Ne Il cavallo di Torino è un dono prezioso la parola, non si spreca, è l'acqua, è il cibo, ha la forma della patata, la forma del legno da ardere in una stufa chiusa, per non abbondare e inondare d'ossigeno la fiamma, trattenerla in parsimoniosa attesa di qualcosa. È questo la parola, l'atto dissacrante, la ribellione infinita e incapace d'esser sconfitta dalla morte.

«Far fiorire il deserto, fuori, dove acqua evapora.
Farlo fiorire dentro dove l'eccesso satura.
Non tanto liberare fantasia quanto lo sforzo di penetrare la realtà, rivelandola, è poesia.
Tra l'immaginario e il reale c'è il senso del limite, la finitezza d'esser uomini e donne» (ivi, p. 117).

La povertà d'esser un uomo e una donna, padre e figlia, la consapevolezza d'esser gli ultimi della specie, di non poterla continuare, di non poter far altro che attendere che qualcosa accada: la morte. Questo è esser un uomo e una donna, un padre e una figlia. Questo è l'esser nati da un pensiero che se accettato può produrre solo morte. È la filosofia nietzscheana estrema del pensiero da cui nascono le immagini di questo film, da cui nasce la presa d'atto della rovina. È sempre necessaria la sconfitta: sia in forma di viandante, la trascendenza, è un'illusione verticale, sconfitta dalla sua stessa natura inarrivabile; sia in forma di sedentario, in un'espansione orizzontale, in una natura, questa volta, inappagante.

Di nodo e chiodo è fatto il pensiero, sacro perché pregno di mistero, rimane fatto d'attesa del buio, dell'esaurirsi dell'acqua, della luce e del sole. Il pensiero è l'esistenza stessa dell'uomo in forma di parola e vento, fiato. È poesia il vento. È poesia la parola. È poesia l'attesa. L'esistenza stessa ne è satura, si esaurisce. L'esistenza si spegne in cupe vampe di poesia.

Di fiato è fatta l'esistenza, di vento, di verbo fu la creazione, quindi afflato, così come di vento è fatta la fine. La fisarmonica accompagna il buio delle immagini che tendono alla dissoluzione, alla mancanza di fiato e di luce. Fisarmonica dal greco ϕῦσα (soffio) e ἁρμονικός (armonico), lo strumento in grado di unire l'afflato della creazione religiosa all'armonia attraverso la vibrazione del soffio stesso. Ma non è solo creazione religiosa, l'afflato, non solo teologia, l'armonia. Il suono ripropone la creazione nella dissoluzione. Il vento porta via l'esistente così come l'ha creato, la vibrazione dell'aria restituisce essenza alla dissoluzione stessa.
La vibrazione è fisica, è nella sostanza, è vibrazione della materia, dell'atomo. La teoria delle stringhe è nella vibrazione delle stringhe stesse1. Le stringhe si muovono e vibrano, era un'ipotesi di Gabriele Veneziani nel 1968, la materia fondamentale si costituisce in stringhe supersimmetriche che vibrano e in base alla loro vibrazione compongono i fenomeni naturali; è il suono di una fisarmonica che accompagna la fine che sempre annuncia se stessa, è la vibrazione che si ritira e distende, si attorciglia e allunga.

È in Lindo Ferretti il suono del violino distorto, della fisarmonica, che riporta tutto all'essenza del suono, alla vibrazione della corda, alla vibrazione dell'ance, all'aria che propaga la vibrazione, all'orecchio che ne subisce l'indomabile forza.

Di chiodo e di fiato, vento e legno è fatta l'essenza, da Béla Tarr a Lindo Ferretti il filo è sottile, d'anima spirituale trascendente e trasparente è costituito, di annunciazione del verbo, che è annunciazione stessa della fine; ma anche di fisica quantistica e oscillazione della materia minimale.

Il residuo finale è fatto di immagini prolungate, d'attesa, di un percorso a cavallo, di una transumanza spirituale più volte cercata e narrata da Lindo Ferretti. È un intreccio tra viandante e sedentario. Tra nodo e chiodo. Tra fine dei valori e la fine dell'esistenza.


Note

1. La teoria delle stringhe supersimmetriche, scoperta da Veneziano, prevede che le particelle elementari si uniscano in stringhe circolari chiuse ad anello, che, vibrando proprio come vibrano le corde degli strumenti musicali, si differenziano. Si è scoperto poi che le particelle «sarebbero forme diverse di qualcosa e questo qualcosa è lo stato di vibrazione di una stringa». La spiegazione divulgativa è di Edward Witten,

">consultabile su youtube. La vibrazione è quindi la prima forma di differenziazione della materia, risulta così direttamente collegata all'essenza stessa dell'esistente. Le vibrazioni, delle stringhe e della materia, risultano così un elastico che si allunga verso una visione armonica, trascendentale, teologica dell'esistente, ma contemporaneamente assolutamente materiale, scientifica e terrena. Ulteriori spiegazioni sulla vibrazione delle particelle, spesso accomunata alla vibrazione delle corde negli strumenti musicali, è di Jim Holt, consultabile sul newyorker.


Bibliografia

Heisenberg W. (2008): Fisica e filosofia, Il saggiatore, Milano 2008

Ferretti G. L. (2006): Reduce, Mondadori, Milano 2006


Filmografia

Il cavallo di Torino (A torinói ló) (Béla Tarr 2011)

Le armonie di Werckmeister (Werckmeister Hármoniák) (Béla Tarr 2000)


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