www.uzak.it
- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Il cinema come corpo chiuso: intervista a Andrea Pallaoro

Vanna Carlucci - Gianfranco Costantiello

medeas2Wunderkammer è una casa con delle stanze che sono scatole che sono mensole che sono vetrine che mettono in mostra pezzi, parti, corpi e oggetti, madre e figlio. Wunderkammer significa stanza delle meraviglie, e riproduce uno scenario antico risalente al Seicento quando c’erano  piccoli musei grezzi ricchi di oggetti da collezione.


Wunderkammer
è anche una gabbia, quasi una trappola dove vivono solo volatili e due “forme” umane di uomo e donna, vecchio e giovane, madre e figlio. Essendo anche questi “oggetti”  messi in mostra, “prove” da conservare, tutto lo scenario è chiuso, senza via di uscita. C’è una tensione dei personaggi che è quasi teatrale ed è nel gesto il loro dialogo, ma anche nella pelle nuda di entrambi mentre fanno il bagno, o nell’atto di portare il cucchiaio alla bocca del figlio, questa tensione che è l’attaccamento di una madre per il figlio. In tutta la durata del film ci si sente agonizzanti, quasi mancanti di fessure che possano dividere queste creature, un’asfissia dell’inquadratura che è il prolungamento interno della psicologia dei personaggi. Da Wunderkammer a Medeas la forma non cambia: gli spazi non sono più interni, ma è il paesaggio aperto della terra, la polvere dei binari, c’è quasi una troppa precisione cromatica, un corpo dentro l’altro e, di conseguenza, anche qui l’aria non passa, il sentimento arso.

Guardando i suoi due film appare forte il contrasto tra il chiuso e il buio di Wunderkammer (2008), che sembra venir fuori dalle migliori pagine di Bruno Schulz, e la luce dorata e gli spazi immensi della campagna americana in Medeas (2013). Ci può dire qualcosa su questo passaggio così netto?

Lascio che siano i personaggi e la storia a motivare le decisioni estetiche di ogni mio film. In Wunderkammer lo spazio chiuso e buio, senza mai uno spiraglio di esterno, è decisivo a rappresentare la soffocante co-dipendenza tra madre e figlio. Così come l’arso e arido paesaggio senza acqua in Medeas è fondamentale nel tracciare un parallelo visivo con i bisogni emotivi dei personaggi. Il rapporto tra paesaggio/spazio e personaggio gioca un ruolo molto importante per me.  Mi piace pensare al paesaggio come un soggetto in sè e così trattarlo come un’estensione visiva del mondo interiore dei personaggi stessi.

E ancora, prendendo in esame le sue due opere, è riscontrabile un’immagine sempre perfettamente chiusa nella sua forma, un’immagine esteticamente integra che non lascia alcun margine d’errore, nessun smottamento degli spazi. È possibile che questo suo modo di girare sia connesso anche al ruolo della storia in cui i personaggi sembrano (anzi sono) intrappolati e cioè impossibilitati a trovare una via di fuga?

Ti ringrazio per questa tua osservazione molto interessante ed acuta. L’obiettivo principale per me è quello di trovare il linguaggio cinematografico che rappresenti nel modo più onesto ed integro possibile la mia percezione e visione del mondo interiore dei miei personaggi. Per questo motivo cerco di lasciare che ogni scelta formale sia motivata principalmente da impulsi estetici, emotivi, sensoriali. Il senso di soffocamento e di alienazione è sicuramente un tema centrale sia in Medeas che in Wunderkammer. La composizione controllata di ogni inquadratura in riferimento al corpo dei personaggi e allo spazio che li circonda assume un ruolo importantissimo nel rappresentarli visivamente e, quindi, in tal caso, nell’esplorare il loro senso di ansia, soffocamento, e alienazione.

Quali sono i modelli cinematografici a cui si ispira?

Sono molto attratto dal cinema minimalista e rigoroso. I modelli cinematografici che apprezzo e che mi ispirano di più sono quelli motivati dall’espressione, profonda, intima, coerente ed onesta di un’individuale visione della realtà. Sono molti gli autori che seguo con attenzione: Lucrecia Martel, Bruno Dumont, Carlos Reygadas…per citarne solo alcuni. Tra tutti però penso che il cinema di Michelangelo Antonioni sia e sia stato per me il più illuminante.

Come Roberto Minervini (sbarcato a Venezia 69 con Low Tide), anche lei è un regista italiano che vive e ha girato i suoi film all’estero. Trova che oggi sia impossibile, in Italia, un cinema più impegnato?

Non penso che sia impossibile, ma sicuramente difficile. Mi dispiace moltissimo ammettere che l’Italia mi appaia sempre più “contaminata” da una dilagante superficialità culturale che di conseguenza rende difficile apprezzare e valorizzare il “cinema più impegnato”. Vorrei però cogliere l’occasione per notare che in Italia ci sono comunque ancora alcuni autori contemporanei di grande integrità artistica come ad esempio Michelangelo Frammartino, i cui film per me sono stati e sono tuttora fonte di grande inspirazione.

Dopo Wunderkammer e Medeas, sta già pensando a un nuovo progetto?

Sì. Sto ora completando la sceneggiatura del prossimo progetto che, per il momento, si intitola The Whale. È un film che punta a essere un ritratto intimista e introspettivo di un personaggio femminile che mi ha già completamente conquistato e che non vedo l’ora di portare sullo schermo.


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




Teniamoci in contatto

FacebookTwitterFlickrInstagramPinterestYoutube