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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Stars Are Our Home. L'educazione synthmentale

Luigi Abiusi

altPer me, lo so – lo sapevo quest'estate quando ha cominciato a girare nello spazio di giornate ferme (I Don't Mean To) Wonder, blocco distorto di due tre note mistiche e tragiche, estatica avanguardia lanciata a suggerire le stelle fredde –, Stars Are Our Home dei Black Hearted Brother è uno di quei dischi stupefacenti, attesi per molto tempo; venuto da un altrove sempre in via di facimento/disfacimento fantastico; e dilatato nella sua fibra di sinestesia gialla verde fucsia blu, e fredda, in odore di bruma, ancora più scintillante e sonora se si ha un cappello di lana giallo e blu e qualcuno a fianco con cui affrontare l'enorme spazio stellato, la superficie caveosa dei pianeti, con pozze di vernice fiottante sotto luci e lune.


All'origine di questo organismo senziente, o dispositivo di impianto e avvicendamento di alti gradi immaginativi, ma proprio di spazi linguistici, paesaggi musicali, c'è un postmodernismo non solo come rimodulazione di materiali, stili, generi (dalla psichedelia allo shoegaze, al surf-rock, al synth-rock, ovviamente allo space-rock, al dream-pop, fino all'elettronica da club: il che significa la convergenza dei diversi approcci di Neil Halstead, Mark Van Hoen, Nick Holton, cioè il vario retaggio compreso tra gli Slowdive, Locust, fino ai Coley Park, ecc.; a confermare l'inerenza, l'unica possibile ora, del pastiche, dell'ibridazione1) ma come esaltazione, proprio attraverso questa rimodulazione, cioè invenzione, del referente esterno (all'opera), artefatto eppure impulsivo, vibrante: una pura, luminosa (synth-)sentimentalità che è, mettiamo, di Foster Wallace, del Barthelme da mongolfiera, di Wes Anderson: cioè la possibilità infantile (nativa) di avvertire (soprattutto reinventare) la natura sentimentale delle cose, il loro essere per/nel mancare, per scomparire nel vuoto, nell'eco, e poi ritornare, necessariamente, innestato ogni volta arbitrariamente in quella che Renato Serra chiamerebbe “forma cava”, a presiedere ogni volta all'invenzione (senza, oppure oltre, la Storia). È ancora (I Don't Mean To) Wonder, che nella tradizione assordante di certo shoegaze2, s'incendia di distorsione sentimentale, vertiginosa, che dice l'amore (perso o ripreso in uno spazio autunnale), il sublime al tempo di un romanticismo sintetizzato, sradicato dal suo tempo, e isolato in una plaga siderale (ecco il postmoderno ad innesto, astorico). Una sfumatura malinconica che invece in Stars Are Our Home, prologo strumentale al disco, è motivo principale dell'inizio del viaggio: la tastiera, l'organetto nelle sue risonanze di inquietudine e nostalgia, che sembra quello che nel «ricordo del crepuscolo m'ha fatto disperatamente sognare» (Mallarmé, 1979, p.100). E che torna in If I Was Here To Change Your Mind, in forma di efflorescenza protesa verso oriente, verso oasi di galleggiamento celeste in cui suoni elettronici (spie, motori, allarmi) ribolliscono all'improvviso, accompagnando il lento incedere di percussioni, emergenze di pianoforte (che all'inizio erano un'esausta sonata), le distorsioni, tutta una trama psichedelica, fosforea, che cresce spontanea invadendo progressivamente lo spazio, traboccando di là dalla soglia. Mentre in Time in The Machine l'organetto mallarmeano è oramai ombra di quel ricordo crepuscolare: è eco stupefacente sorta e vissuta nel Nèant, presenza ormai artificiale, riverberante, proiettata nel vuoto, e di nuovo travolta dalla congerie psichedelica, ora caotica di percussioni (piatti), distorsioni, chitarre dissonanti (in via di accordamento), rumorose, affioramenti di sibili, mentre sotto, la voce continua a cantare il suo idillio.

Sembra appunto questa la polarità di Stars Are Our Home, tra dissonanze e lievi tristezze da una parte, e gioiose consonanze (molte) dall'altra, tenuti insieme da quell'elettronica ribollente che non può (pur essendo se stessa, cioè elemento sonoro), non può non alludere a propulsioni di reattori, leve, scatti robotici, incarnati per analogia fanciullesca, in amplificatori, manopole, cuffie, jack, cioè le apparecchiature dei musicisti: che è quel che appare aprendo l'album, dove la plancia di una navicella spaziale analogica, con manometri, manubri, spie, bottoni consunti, ingressi di spinotti, è comandata da un ragazzo e una ragazza, oramai immersi nell'ignoto spazio profondo, in cui trovare l'amore. Got your love, col suo prologo di avvicinamento, epico – scorrere della navicella (zizouniana), di piattaforme, porte meccaniche alle soglie di Tannoiser – è questa infantile, pura, concrezione amorosa realizzata (tra incertezze, incomprensioni, distacchi) nel viaggio tra le stelle, effusione, di occhi, realizzabile solo nell'estate infusa d'astri.

I luoghi di questo percorso sono aperti, complessi, plaghe sterminate d'astri, luci, laser versicolori, come in My Baby Just Sailed Away, dove il synth (in varie sovrapposizioni meteoriche) apre gli squarci piani, lisce zone di in-visibilità, di interscambio d'orbite; e il basso e le percussioni li striano fino ad assumere l'andamento vellutato della progressive-house più raffinata (dove c'è l'impronta di Locust), tanto che c'è da ballare: con gli occhi chiusi. Ma in successione (e in contrappunto) lo stesso synth che prima spalancava vastamente gli spazi, ora, semplificandosi, schematizzandosi in suoni di diamonica o di pianola (ancora l'organetto), li chiude in stanze, cabine, abitacoli, finestre da cui guardare ancora la notte: è I'm Back in cui vige la nenia da carillon in ripetizione, ninna nanna cantata al bambino che s'era attardato ancora a guardare la notte traslucida fuori, aspettandosi una risposta, un segno, che però fremeva solo nel silenzio del lampione, del selciato bagnato, del moto perpetuo delle nuvole turchine; e This Is How It Feels, riprova di un postmoderno di stereotipazione, di stilizzazione (anche) dello Straniero (l'”it”, l'alieno), dietro il cui stereotipo (magari le uniformi di tipo andersoniano) c'è la problematizzazione, somatizzazione, violenta affezione; processo che si perfeziona alla fine con Look Out Here They Come (giocoso girotondo impresso dalle percussioni da pianola, che allude alla gioia come possibile esito finale, dopo le incertezze, gli smarrimenti, nell'itinerario musicale); sigla di uno di quei cartoni animati della fine degli anni Settanta, in cui una stella cadente compariva all'improvviso nella notte stellata, con fumi violacei, nebulosi, e vario, elettrico frinire: allo sguardo telescopico di un vecchio e di sua nipote si scopriva un'articolata navicella, sfera alata, ferma a mezz'aria, che sputava una placenta galleggiante poi al vento e al suono d'organetto psichedelico, dentro un'atmosfera a chiusura stagna, rarefatta, dentro la scatola marrone, convessa, del televisore. Dentro c'era Chobin, essere bianco, dormiente e incubato, tutto piedi e ciuffo in fuga dalla “Stella Stellare” e caduto nella foresta di Tonkara dove vivrà in mezzo a vegetazioni e faune variopinte, fino a che, assorbendo lo spirito panico delle cose, non diverrà uno splendido, slanciato umanoide (alato) in grado di sconfiggere Brunga (ghignante sotto ali di pipistrello nere e rosse) e i suoi sicari, occhi-pipistrello e robot-cani...


Note

1 Su questa strada, intensificando le sintesi di fondo, sembrano essersi posti anche i Weird Owl, autori di un Ep (abbastanza riflessivo e consapevole) in due dischi da 10 pollici (uno giallo, l'altro fucsia), Healing (2013), che unisce chitarre a eteree basi di tastiera, a una ritmica molto connotata (di rullante), come nel magnifico Seventh of Seven Sundays, inno fanciullesco aperto a/da una synthmentalità primaverile.

2 Esempio contemporaneo di shoegaze bruciante sarebbe E contenuto in Wait To Pleasure (2013) dei No Joy, vero capolavoro di violenza distorsiva e dolcezza vocale, che alla fine arriva a un quasi atonale, continuo muro da amplificazione, a cui segue l'altro capolavoro di questo disco, la ballata volatile Hare Tarot Lies; mentre il resto dell'album appare più corrivo, come rimasticato. Mentre più organico era il disco precedente dei No Joy, Ghost Blonde (2010), anche se privo di picchi come i primi due brani di Wait To Pleasure.


Bibliografia

S. Mallarmé (1979): Versi e prose, Dall'Oglio, Varese.


Discografia

Ghost Blonde
(No Joy 2010)

Healing (Weird Owl 2013)

Star Are Our Home (Black Hearted Brother 2013)

Wait To Pleasure (No Joy 2013)

 


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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