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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Iperboli e parodie: la poesia esistenziale del Grande Falso

Raffaele Cavalluzzi

altA pensarci bene, non dovrebbe essere una sorpresa quella del Grande Gatsby di Baz Luhrmann: lo sfrenato automanierismo del regista australiano, dopo l’apice straordinario raggiunto con Romeo + Giulietta di William Shakespeare, e divenuto regola con Moulin Rouge, ora torna a confermarsi con quest’ultimo film trasposto dal capolavoro di F. Scott Fitzgerald. Tuttavia le cose non filano così lisce e prevedibili, perché, a sovradimensionarsi, rispetto al plot originale, qui vi è un senso che riguarda direttamente l’identità poetica affidata al suo romanzo dal geniale scrittore americano, ma che rivela, paradossalmente, anche il profilo profondo della “maniera” luhrmanniana: la scrittura filmico(-letteraria) come “grande falso”.


La pellicola è infatti ammantata da una coperta variopinta di iperboli e misure parodistiche che ne stemperano a fondo la dimensione tragica e giungono solo nel finale all’elegia della poesia esistenziale (siamo «barche controcorrente risospinte senza posa nel passato»). I virtuosismi di una irraggiungibile macchina da presa nel girare l’epica dei “Venti ruggenti” (la ripresa che scivola continuamente tra personaggi e scene con blow-up e zoomate rovesciate che incrociano, catturandole, le cose, e la stessa macchina che muove personaggi, come anche pareti e oggetti) producono, messi così, l’«inesauribile varietà della vita» (che cercava il romanziere) come fredda «follia chimica».

Dal «carnevale caleidoscopico» esaltato da un jazz quanto mai frenetico attraverso spettacoli vivacissimi di ballerinette in passerella alla favolosa casa «grande e incoerente» di Gatsby (Leonardo DiCaprio), al «caravanserraglio» dell’umanità di New York di quei tempi, una sorta di coralità affollata fa da sfondo esaltante alla infelice vicenda dell’uomo – secondo la leggenda che lo accompagna – «già più ricco di Dio», ma assillato da «un’idea di sé che aveva messo in Daisy» (con ossimoro narcisistico, adorandola). Nell’elenco di «oggetti incantati» di cui si circondano (tra gangster e contrabbandieri), la vita e l’ideale improbabile di Jay Gatsby resta, alla fine, veramente ammaliante la «luce verde» che lo calamita (con la forza di un simbolo ossessivo) per sempre, e alla maniera di un neodolcestilnovo, verso l’immagine della donna amata.

Ma, nel frattempo, il tratto lieve di un diario psicanalitico, come forma del viaggio nella propria identità inquieta (avvicinata alla non-identità di quel «signor nessuno di nessun luogo» del protagonista), fa da cornice, attraverso il racconto del deuteragonista Nick Carraway/Tobey Maguire (complice o mezzano io narrante), al melodramma della «straordinaria propensione alla speranza» di Gatsby. Tuttavia la casuale barbarie che lo uccide quasi giustiziandolo (ma «il suo sogno l’aveva alle spalle»), la legge di ferro che separa i ricchi dai poveri fin nell’amore, le donne e gli uomini marci del godimento altoborghese, non diventano mai il riscontro vivo della realtà (come assai più incisivamente avveniva nell’anticapitalismo romantico di Scott Fitzgerald): alla fine, il funerale del “grande Gatsby” svela col suo sontuoso e solitario squallore, in coerenza con l’intero impianto dell’opera, il “grande falso” del racconto e del film che lo esprime.

altUscito anch’esso a Cannes nella primavera del 2013, anche La grande bellezza dell’italiano Paolo Sorrentino ha – per curiosa coincidenza – il suo punto epifanico decisivo, nel segno del “grande falso”, in un funerale, ancora tra iperboli visionarie e ciniche parodie, o attraverso battute di spirito anche banali, scambiate per lo più con accenti aforistici. Jep Gambardella (Toni Servillo), giornalista che festeggia i suoi sessantacinque anni con una consueta festa orgiastica su una terrazza alla moda che si affaccia sul Colosseo, ha il compito involontario di trasferire il caravanserraglio umano e la follia chimica dalle baie newyorkesi baciate dall’inarrivabile lusso, e dai teatri folleggianti di Broadway, sulle rive delle magiche arcate del Tevere e nei fotografati paesaggi della pura classicità, a Roma.

Jep è uno scrittore di un solo libro giovanile di successo, che ha svolto poi per un giornale di grido, tra sfrenata mondanità e quasi sempre vacui pettegolezzi serali di cui sembra esclusivamente nutrirsi certa fauna intellettuale della capitale, un intelligente mestiere di cronista e di intervistatore di bizzarri personaggi giunti alla ribalta del momento. Ma egli porta dentro di sé anche un ammatassarsi di infelicità e di rimpianti non soddisfatto, e paradossalmente, un inconfessato bisogno di purezza, denotato qua e là dal discorso indiretto libero dell’apparire fresco e improvviso, nella quotidianità mattutina, di giovanissime o attempate monacelle, e del modularsi dei loro “corali” struggenti di nordica spiritualità; e una angosciosa stanchezza che si protrae nel tempo sempre uguale, e che finisce per inacidire il suo senso della vita (anche il suo rapporto sconfidato con la politica, e soprattutto con quella che ritiene sia stata la pseudo-rivoluzione del Sessantotto).

La notizia della morte della sua prima fiamma postadolescenziale sembra – con il ricordo lancinante – sconvolgere del tutto il suo essere, tra spettacoli di body-art naturalmente di seconda mano e spogliarelli artistici, suicidi, misteriose scomparse ed eventi con “sante” centenarie, incontri con aristocratici decaduti a libro paga del turismo d’eccellenza e la meschina ritualizzazione della morte. Le sue ultime parole però sono – anche qui – «Tutto un trucco!». Nell’appressarsi a immaginare un nuovo romanzo (un po’ banalmente «di sentimenti e non dell’impegno civile») su questa materia (la bellezza) così contraddittoria, fascinosa e debordante, si profila allora una parabola del cinema, appunto, come Grande Falso: di stilizzati “mostri” delle buone-cattive intenzioni e intemerata alienazione, che è maschera del postmoderno la quale, nell’Italia e nel mondo d’oggi, copre il vuoto di valori di ogni genere.


Filmografia

Il grande Gatsby (The Great Gatsby) (Baz Luhrmann 2013)

La grande bellezza (Paolo Sorrentino 2013)

Moulin Rouge! (Baz Luhrmann 2001)

Romeo + Giulietta di William Shakespeare (Romeo + Juliet) (Baz Luhrmann 1996)


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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