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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Autohystoria. Raya Martin e Pablo Larraín: il cinema come dispositivo di memoria

Pietro Masciullo

altIl passato – le immagini trasmesse dalle generazioni che ci hanno preceduto –
che sembrava in sé conchiuso e inaccessibile,
si rimette, per noi, in movimento, ridiventa possibile.
(Giorgio Agamben)







Una donna non riesce a dormire, piange, chiede al suo compagno di raccontarle una storia per placare il dolore. L’uomo inizia molto lentamente a evocare un passato mitico, ansima. Le emozioni contingenti penetrano i pori del suo racconto diventato improvvisamente immagine. Dissolvenza. Dal nero (irrappresentabile) dell’inquadratura fuoriesce un claudicante personaggio ripreso di spalle, ha un vestito nuovo poggiato sulla schiena, percorre la strada che porta al palcoscenico televisivo di un popolarissimo show. Qualcuno lo blocca, chiede di attendere in fila con gli altri, l’uomo si volta: è pallido, emaciato, ha uno sguardo “vuoto” e perturbante. Perché?

Veniamo al punto. Questo spericolato montaggio, modesto tentativo di histoire(s) anni Duemila, unisce le sequenze iniziali di due tra i più grandi film dell’ultimo decennio: A Short Film About the Indio Nacional (Raya Martin 2005) e Tony Manero (Pablo Larraín 2008). Dalle Filippine al Cile, da Manila a Santiago, solcando ogni oceano (fisico e culturale) perché i confini che a noi interessano sono solo quelli mappati dal cinema. E allora proprio nello sguardo di questi due autori così lontani, così vicini val la pena tentare un’operazione dialettica che illumini pratiche e dinamiche del cinema contemporaneo ormai irrimediabilmente dislocato nella moltitudine di supporti e (nuovi) media. Cogliendo le tracce di quella fertile ritornanza fantasmale dell’amato/odiato Novecento che sta straordinariamente riarticolando l’immenso archivio di immagini a disposizione: c’è un nuovo bisogno di memoria che va indagato a fondo.

altRaya Martin e Pablo Larraín sono due giovani cineasti all’apparenza molto diversi: più sperimentale e avanguardista il primo, più “autore” vicino alla tradizione del realismo fenomenologico baziniano il secondo. Entrambi, però, riflettono in maniera non dissimile (sul)la storia recente dei loro Paesi – segnati da lunghe dittature – attraverso il dispositivo/cinema posto sempre al centro tra l’emersione privata di un ricordo traumatico e la trasfigurazione immaginaria di una memoria condivisa. In Martin i fantasmi del colonialismo filippino che aleggiano da secoli (prima la dominazione spagnola, poi quella americana, infine l’occupazione giapponese), vengono evocati nel racconto e poi configurati dalle immagini di un cinema delle origini griffithiano che possa far nascere una Nazione mai veramente esistita.

Il gioco sui supporti e sui formati, sul muto e sul sonoro (Independencia), non diventa mai puro divertissement cinefilo bensì è radicale dinamica percettiva che fa istantaneamente appello a una memoria (mediale) condivisa. Un cinema del desiderio, insomma, che re(i)stituisca nelle abissali pieghe del visibile, un passato difficile da testimoniare. L’immaginario mediale diventa così il dispositivo di memoria, qui e ora, per un Now Showing di radicale bellezza: esperienza estetica rigenerante (quasi cinque ore di durata) che parte dalla libertà di un home movie casalingo e sregolato (l’amatoriale VHS) cogliendo-sul-fatto la vita di una bambina pedinata sino allo scontro con i più remoti fantasmi familiari. Quelli di una nonna Diva nelle “origini” del cinema filippino. Uno scontro che crea crepe nel tempo, generando l’emersione dell’abissale mezz’ora “centrale” di materiali d’archivio (il personale rimontaggio di Tunay na ina di Octavio Silos, 1939, uno dei pochi film filippini d’epoca oggi reperibili) in un’improvvisa nachleben, sopravvivenza del passato che balena nell’attimo del pericolo. Ossia il pericolo di una fine nell’alfabetizzazione informatica dell’immagine, che non a caso erompe nelle ultime ore girate in digitale: Rita, ormai cresciuta e segnata dalle consapevolezze, è bloccata nel suo piccolo negozio di DVD e attorniata da immagini vuote dalle quali fuggire. Parte allora (per) un lungo piano sequenza che riconfiguri il movimento dopo la stasi: eredità estetica truffauttiana che resiste come antico referente anche in un’immagine ontologicamente depurata da ogni “traccia” di memoria. Martin sperimenta un cinema avanguardista e fenomenologico, oggi, pedinando attimi di pura affezione che (ri)memorino la storia del cinema novecentesco e i suoi dispositivi di visione. In Now Showing, pertanto, il trauma storico filippino e il trauma del salto di paradigma digitale sono prima fusi e poi sanati da questo bisogno di cinema.

altStacco. In Pablo Larraín c’è un simile utilizzo dei materiali d’archivio e dei dispositivi di visione come necessaria esigenza di dare forma a una processualità della memoria (cilena) che elabori il trauma (la morte di Allende) e formuli un pensiero alternativo (nel post mortem odierno) facendo appello alle modalità percettive che hanno segnato il Novecento (il 16 mm, il 32 mm, il Betacam). Nell’oblio del Cile di Pinochet è la porosità di un corpo sempre più opaco (la pellicola 16 mm di Post Mortem) a ritrovare uno sguardo clandestino nell’immersiva leggerezza di un Video in 4/3. Ossia nella libertà di (dire) No. Magnifico e liminale ragionamento su quegli anni Settanta rimossi e posti nel fuori campo dei movimenti di Alfredo Castro; e poi ancora sugli anni Ottanta di libertà (la bibita Free!) che inabissano la dittatura sfruttando solo le potenze di una immagine-malgrado-tutto. Imponente performatività della memoria che si fa dispositivo testimoniale sfruttando l’immaginario condiviso (Tony Manero/John Travolta o le pubblicità delle bibite), in una contaminazione di linguaggi che insegua l’autenticazione sentimentale non più nella certosina ricostruzione di “fatti” o nella ricerca ossessiva di “dati”, bensì nei mutati rapporti di forza tra le immagini. Negli scarti.

altShort Film, Independencia, Tony Manero o No configurano con declinazioni molto diverse una simile riflessione sull’immaginario popolare mondiale che si fa Autohystoria. Da un lato il pedinamento radicale di Lav Diaz che l’amico Raya Martin mette in pratica nel film del 2007: piani sequenza interminabili su due personaggi che (ri)animano oggi i fratelli Bonifacio (due rivoluzionari di fine Ottocento) segnando il lento scivolamento verso l’oblio della dittatura di Marcos. Un oblio illuminato solo da improvvise ed estatiche visioni che balenano in scintille di coscienza rivoluzionaria come lo sguardo rivolto verso il “cielo mélièsiano” dai tre protagonisti-archetipi di Short Film. È il Cinema, pertanto, che cambia la storia e produce una memoria emotiva solcando i confini del visibile. Stacco. Dall’altro lato gli abissi del volto rugoso e pallido dell’attore feticcio Alfredo Castro che diventa il perturbante corpo malato dell’era Pinochet nella trilogia di Larraín: uno sguardo sul mondo pedinato e sconfitto dal corpo di libertà di Gael García Bernal – che si porta dietro i segni di Che Guevara interpretato qualche anno prima, continue pieghe aperte nell’immagine – e dal “video” televisivo amatoriale che si smarca dalla pesantezza istituzionale della pellicola. Short Film e No inscrivono la libertà (di filmare) nella stessa pelle delle immagini, riproducendo esteticamente il sublime paradosso di una contingenza di eventi leggendari per i rispettivi Paesi.

E allora: la (in)consapevole ambizione di Martin e Larraín è quella di ragionare lucidamente sul passato concependo il cinema e i suoi stilemi (il muto di inizio Novecento, il neorealismo italiano, le varie Vague anni Sessanta, il postmoderno anni Ottanta, sino all’odierna immersione digitale) come sguardo ancora-vivo che produca una rivelazione-del-reale nei diversi campi del sensibile. Una fiammeggiante mediazione estetica che crei un pensiero nell’intermedialità ormai irrinunciabile per il “nostro” tempo. Insomma se la Storia è sempre in costante dialettica con ogni singola autohystoria, allora è il Cinema a restare l’unica arte-di-massa che con sublime (dis)onestà sperimenta ancora i limiti e le zone d’ombra della nostra memoria.


Bibliografia

Benjamin W. (1997): Sul concetto di storia, Einaudi, Torino.

Didi-Huberman G. (2006): L’immagine insepolta. Aby Warburg, la memoria dei fantasmi e la storia dell’arte, Bollati Boringhieri, Torino.

Montani P. (2010): L’immaginazione intermediale. Perlustrare, rifigurare, testimoniare il mondo visibile, Laterza, Roma-Bari.


Filmografia

A Short Film About the Indio Nacional (Maicling pelicula nañg ysañg Indio Nacional) (Raya Martin 2005)

Autohystoria (Raya Martin 2007)

Independencia (Raya Martin 2009)

No (Pablo Larraín 2012)

Now Showing (Raya Martin 2008)

Post Mortem (Pablo Larraín 2010)

Tony Manero (Pablo Larraín 2008)


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