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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Topografie di una nazione

Gianluca Pulsoni

altCrossroads 2017 – Program 1
sea to shining sea (we are stuck on this rock)

Nel vedere online i film di Crossroads 2017 – festival del film e del video d'artista di San Francisco, presentato al San Francisco Museum of Modern Art, 19-21 maggio – non ho potuto fare a meno di pormi le solite domande che devono giocoforza esserci oggi sulla questione della fruizione audiovisiva nella cosiddetta “mediasfera” contemporanea: cos'è che vedo, cos'è che si vede in una situazione tale? Quanto creato dagli autori dei singoli film è video oppure altro? E poi: è giusto vedere questi film e video fuori dall'ambito specifico per cui sono stati considerati e articolati in sequenza come serie di programmi e quindi mostrati al pubblico?


La fruizione – nello specifico del programma n. 1 del festival, di cui dirò a breve – mi ha restituito una impressione che persiste da un po' nel mio sistema di idee in materia. E cioè: se è possibile, bisogna sempre vedere tutto nel modo più “filologico”, non autolimitarsi. Allo stesso tempo però, se si è oggettivamente impossibilitati alla soluzione ideale, ogni opzione di visione è sempre meglio di un rifiuto a vedere. Questo essenzialmente per due motivi: primo, perché c'è sempre e comunque da considerare la cosiddetta “virtualità dello spettatore”, e cioè il fatto che anche in sala non c'è la garanzia assoluta di una ricezione, per così dire, ottimale (ognuno, sempre, “si fa il proprio film”), e quindi può valere la pena sondare e analizzare diversi casi relativi a questa variabile; secondo, perché per chi vede la programmazione non è tanto una questione di committenza – qualcosa cioè di legato a logiche di spazi (sociali, fisici) – ma di discorso, i cui criteri di valore poggiano su altri parametri.

I film del programma n. 1 di Crossroads 2017 – tutti cortometraggi, la loro diversità è raccolta sotto un titolo dal tono decisamente poetico – sono stati i seguenti: Birth of a Nation (Jem Cohen, 2017); Distant Shores (Christopher Harris, 2016); Colour My World (Mike Hoolboom, 2017); The Two Sights (Katherin Mcinnis, 2015); Playing Possum (Jamilah Sabur, 2012); H-E-L-L-O  (Cauleen Smith, 2014); Sine at the Canyon Sine at the Sea by Kelly Gabron (Cauleen Smith, 2016); Restless (, 2016). Se a conti fatti – giudizio personale – non ho subito fascino o attrazione per le singole opere, eccezion fatta (forse) per i lavori di Jem Cohen e di Robert Todd (qui la necessità di vedere questi due piccoli film su grande schermo e nella loro potenzialità visiva si è comunque sentita), sul piano della selezione si è sicuramente trattato di un programma di scelte con una logica, quantomeno perché in grado di trasmettere o se si vuole “restituire” un determinato discorso, al di là dei diversi approcci, stili, temi – si va dalla politica (Cohen, Harris, Smith) al simbolismo nelle sue varianti (Sabur, Hoolboom), considerando anche esempi da includere dentro una sorta di “arte della contemplazione” (Todd).

Questo discorso possibile – latente, ipotetico – che fa giocoforza parte di quella “virtualità dello spettatore” precedentemente menzionata potremmo avvicinarlo, alla fine, alla prassi della topografia, prendendo in esame l'idea di nazione a cui, in un certo senso, tutti i lavori inseriti in questo programma alludono. E tutto ciò perché la fruizione effettuata nel modo detto – cioè online – e quindi con tutte le implicazioni dovute (qualità immagine e sonoro, variazioni dell'esperienza della durata di questo o quel lavoro, percezione della forma e molto altro), ha spostato la mia attenzione dal dettaglio specifico, la singola opera, e cioè da una idea di film come testo da leggere o analizzare – seppur di composizione ibrida – all'insieme generale, la serie dei film in esame, e cioè al montaggio di questi come meccanismo in grado di trasmettere o far passare determinati segni e segnali, qualcosa che quindi non può essere reso con un vocabolario attinente agli ambiti di una testualità, diciamo, “letteraria” (non ci sarebbe una corrispondenza omogenea), ma deve necessariamente prendere in prestito termini e sfumature da settori un po' diversi. In questo, appunto, la topografia mi sembra risultare un campo idealmente affine a quanto visto.

Ora però, se la stessa topografia – stando alla Treccani – è «Disciplina che studia gli strumenti e i metodi atti alla misurazione e alla rappresentazione di parti della superficie fisica della Terra, di dimensioni sufficientemente piccole perché se ne possa trascurare la sfericità», va da sé che la traslazione verso l'ambito della mediasfera – è la suggestione proposta – non può far altro che “aggiustare il tiro” e far intendere quel «superficie fisica» come, in fondo, una superficie socio-culturale. Così facendo – così il mio ragionamento – questi film mi si sono presentati nella maniera seguente, come appunto un “rilevamento”, arbitrario nell'ordine e progressivo nella dinamica, lungo possibili e determinati piani socio-culturali: per capire fin dove si possa estendere, oggi, una specifica idea di nazione, cioè quella in esame, gli Stati Uniti d'America.

È così quindi che il film di Jem Cohen assume ai miei occhi e al mio ascolto la concretizzazione di questa idea sul piano “cerimoniale” – il film presenta la “presa del potere” di Trump a Washington DC attraverso una netta distanza, attraverso una messa in scena di vuoti e passaggi, come a suggerire un senso di nessuna appartenenza – mentre il film di Todd idealmente si pone all'estremo opposto, mettendo in luce la “natura” alla base di questa stessa idea di nazione, come un insieme di forze incessanti e immanenti al ciclo continuo della registrazione-riproduzione. È così che invece film come Distant Shores e H-E-L-L-O mi si presentano davanti come una ricognizione sul piano urbano della stessa, medesima idea: il primo, a partire da una ridefinizione tragica e necessaria della nozione di confine (una gita in barca a Chicago diventa traccia in grado di far percepire tragedie in mare come la crisi dei rifugiati in Europa); il secondo, a partire da una ridefinizione solitaria e positiva della relazione umana (una visita di New Orleans diventa “ascolto della città”).

È così che poi un film come Sine at the Canyon Sine at the Sea by Kelly Gabron risulta documentare, a partire da una performance, il neo-fascismo latente del Paese, mentre un film come The Two Sights fa emergere una certa memoria visiva collettiva, l'archivio fotografico della storica rivista «Life Magazine», attraverso una elaborazione di una serie di sue foto sulla base del pensiero visivo dello scienziato persiano Alhazen (Ibn al-Hasan). È così, infine, che film come Playing Possum e Colour My World danno spazio al possibile simbolismo – iconico e astratto – da cui poter intuire la complessità della cultura americana nel rapporto tra individuo e identità nazionale (Playing Possum) e tra collettività e presenza (Colour My World).


Filmografia

Playing Possum (Jamilah Sabur, 2012)

H-E-L-L-O  (Cauleen Smith, 2014)

The Two Sights (Katherin Mcinnis, 2015)

Distant Shores (Christopher Harris, 2016)

Restless (Robert Todd, 2016)

Sine at the Canyon Sine at the Sea by Kelly Gabron (Cauleen Smith, 2016)

Birth of a Nation (Jem Cohen, 2017)

Colour My World (Mike Hoolboom, 2017)


Speciale Crossroads 2017




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