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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Hutton – a reflection

Valentina Dell'Aquila

altPer certi sostenitori, il cosiddetto realismo francese non fu che la rappresentazione di un nuovo strato sociale e di una nuova natura rurale a circondarlo; un'idealizzazione paesistica, una simpatia fedele verso un immaginario che andava perdendosi. Vero è che fu certo un'evasione, un tentativo di inseguire nuovi paesaggi e, assieme, quelli che svanivano. Esempi potrebbero essere certe vedute industriali, quelle di Doré o Meunier, che pur evitando di rappresentare direttamente gli effetti rovinosi di una nuova urbanità, esprimono silenziosamente, con la sola raffigurazione di uno scorcio, tutta la miseria derivante; si dice tant’è: «È assai più difficile per un artista evadere dal proprio tempo che appartenere a esso» (cfr. Nochlin).


In Hutton, nei lavori sullo Hudson River, o in At Sea (2007), in Boston Fire (1979), paesaggi, macchine e umanità si appartengono come unica forma, di una forma distaccata e sublime. Una malinconia osservatrice, una grazia sospesa, un essere fuori dal tempo e contemporaneamente esserci - all’interno. Pur nella soggettività immaginale, pur nella vaporosa poeticizzazione romantica, si comprende e ritraduce una realtà rurale in continua trasformazione. Scrive Coleridge in Biographia: «Wordsworth doveva fare in modo che le cose di ogni giorno acquistassero fascino suscitando un sentimento analogo verso il soprannaturale, risvegliando l’attenzione della mente e dirigendola verso l’incanto» (Coleridge, 1983), similmente Hutton: «È una sfida portare la gente a osservare, ad andare piano… Non abbiamo davvero la capacità di osservare le cose attorno con una certa disciplina visiva, e questi film richiedono un certo grado di pazienza da parte dell’osservatore…» (Hutton, 2010).

Nell’intervista che Scott MacDonald riporta in The Garden in the Machine, appare magnetica la descrizione di un'esperienza contemplativa che per Hutton appartiene più all’idea del tempo che a una qualsivoglia forma immaginativa. Non una fuga dalla realtà, e nemmeno dal tempo, piuttosto: una differente temporalità, un tempo come orizzonte di comprensione. È l’idea di prendere tempo, essere nel tempo per osservarlo: “just to sit down and look at things”, suggerendo per l’appunto, non un diverso sguardo sulle cose, ma un diverso tempo per guardarle, un diverso tempo economico della percezione: “seek and you will find”. Così per Hutton «la funzione del filmmaking è l’utilizzo della camera come mezzo per rivelare realtà interne ed esterne, il materiale e lo spirituale, come fondamentale unità e come di fatto sono» (MacDonald, 2001), similmente al “seguire e perseverare” di Robert Gardner; si tratta di esplorare e assieme partecipare attivamente a uno determinato spazio occupato e osservato, a una realtà che si riorganizza in pensieri e si traduce attraverso la prima via sensibile...

Quest’idea di riprogrammarsi nella percezione di un tempo differente è di per sé una esperienza politica, a contrastare forme differenti, timing densi e serrati: «it’s important to slow people down, remind people that some times are very quiet, understand experiences can be very pleasurable, you know I often think that people need a little quite time, it’s like taking a pause and collect your thoughts» (Hutton, 2010).

Il programma A few (lost) reflections presentato lo scorso maggio al Museo d’Arte Moderna di San Francisco in occasione del Crossroads-2017 è stato un tributo a Peter Hutton (1944-2016) includendo tra le proiezioni il suo secondo film sulla Hudson River Valley: In Titan’s Goblet (1991), in onore a sua volta dell’omonima pittura di Thomas Cole del 1883 anche conosciuta come The Giant’s Chalice. La pittura, con la sua stramba mitologia fantastica, era un risveglio sulla vastità universale, su uno spazio in questo caso sovrastato dall’immensità di un apparentemente assente titano, una scala, una comparazione, la misurazione stessa di un qualcosa contrapposto a un umano finire. La relazione e la comparazione che disorienta sono anche in In Titan’s Goblet di Hutton, una distorsione dimensionale: una sublime natura incendiaria che apparentemente si apre come un ovattato paesaggio bianco-nero bagnato in candori di nebbia. Si scorge in lontananza una qualche piccola forma umana e macchine nel tentativo di arginare le fiamme: i lavori sullo Hudson River seguono una valle e il suo lento sviluppo, il suo sfruttamento e la premonizione di un invisibile forma titanica umana a contenerla.


Bibliografia

S.T. Coleridge (1983): Biographia Literaria, Princeton University Press, Princeton

R. Gardner (2006): The Impulse to Preserve, Peabody Museum Press, Harvard University Press, Cambridge

C. Larmore (1996): L’eredità Romantica, Feltrinelli, Milano

S. MacDonald (2001): The Garden in the Machine, a Field Guide to Independent Films about Place, University of California Press, Berkley, L.A., Londra

L. Nochlin (1971): Il Realismo nella Pittura Europea del XIX secolo, Einaudi, Torino


Filmografia di Peter Hutton

Boston Fire (1979)

In Titan’s Goblet (1991)

At Sea (2007)


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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